• 15/05/2019
  • Auto d'epoca

Se chi viene a Tradate non può esimersi dal visitare il Museo Fisogni, chi passa per Vienna non può mancare il Heeresgeschichtliches Museum, il Museo di Storia Militare.
Tra i pezzi conservati nell’esposizione si trova anche una vecchia automobile, una Gräf & Stift del 1910 appartenuta a Francesco Ferdinando d’Asburgo; l’Arciduca, erede al trono dell’Impero Austro-Ungarico, si trovava proprio a bordo di questa vettura quando fu assassinato, il 28 giugno 1914, in un tragico attentato che avrebbe segnato l’inizio della Prima Guerra Mondiale. La vettura, testimone del triste avvenimento, è sopravvissuta a due guerre mondiali fino ai giorni nostri, ed è tuttora visibile al pubblico.
Sulla sua storia, però, si sono addensate, nel corso dei decenni, numerose leggende, che le hanno a lungo valso il soprannome di “auto maledetta”; veri o falsi che siano, si tratta di fatti curiosi, sicuramente surreali, che meritano forse di essere raccontati.


La fosca vicenda inizia poco dopo l’assassinio dell’Arciduca, a guerra ormai scoppiata; si dice infatti che il Generale Potiorek, governatore della Bosnia austriaca e comandante d’Armata, abbia deciso un giorno di utilizzare la funesta automobile appartenuta all’erede al trono. Subito, l’auto dimostrò un influsso nefasto, al punto che le truppe di Potiorek furono rovinosamente sconfitte dai serbi nel dicembre 1914 e il Generale, esonerato dal comando, perse il senno e “colpito da disturbi mentali finì i suoi giorni in un ospizio”.
Se all’epoca nessuno sospettava che la triste fine del militare fosse dovuta all’ “influsso malefico” della Gräf & Stift, meno dubbi lascerebbero le sorti del successivo proprietario. L’auto fu infatti affidata ad un ufficiale dello Stato Maggiore, che morì due giorni dopo in un tragico schianto in cui persero la vita anche due contadini.
Dopo l’incidente, iniziarono a sorgere i primi dubbi su possibili influenze negative sprigionate dalla vecchia auto, che venne quindi riposta per anni in un deposito.
Dopo la fine della guerra, il Governatore della neonata Jugoslavia volle tuttavia riesumare la regale vettura e, rimessala in sesto, se ne servì per i suoi spostamenti: in quattro mesi, l’auto ebbe quattro incidenti, nell’ultimo dei quali il povero Governatore perse anche un braccio, portandolo così alla decisione di liberarsi del suo iellato mezzo di trasporto.
Con incredibile velocità, l’auto venne venduta a un medico, tale dottor Srkis, che “notoriamente irrideva a ogni forma di superstizione”. L’ottimismo del proprietario non bastò, perché dopo qualche mese la macchina venne ritrovata rovesciata, senza danni apparenti, con il corpo senza vita del dottor Srkis al suo interno. La vedova, che continuò ad utilizzare la vecchia automobile, cadde rapidamente in depressione e si tolse la vita proprio dopo una gita a bordo della Gräf & Stift.
La sequenza di proprietari, però, non si interruppe, e uno svizzero riciclò il tetro automezzo come macchina da corsa “sino al giorno in cui, durante una gara sulle Dolomiti, essa andò a schiantarsi contro uno spuntone roccioso provocando la morte del pilota”.
Sebbene incidentata, venne acquistata e riparata da un “agricoltore facoltoso”. Un giorno, dopo un guasto, alcuni contadini agganciarono la vettura a un carro trainato da buoi, per rimuoverla dalla strada; improvvisamente, “il motore si rimise a girare. La vettura compì un pauroso balzo in avanti, travolse carro, buoi e contadini”, provocando anche la morte del proprietario.
L’auto maledetta passò quindi in possesso di Tiber Hirshfeld, un garagista rumeno, che ne cambiò il colore; le voci sulla vettura però si erano ormai diffuse e così, incapace di venderla, il signor Hirshfeld decise di usarla per sé. Inutile dire che anche il pover’uomo morì in un incidente che causò ben 4 vittime, per un totale di 16 morti nel corso degli anni. Infine, la vettura venne esposta al museo di Vienna, e la maledizione parve arrestarsi.
Dopo una tale scia di sangue e incidenti, viene da chiedersi quanto ci sia di vero in questa storia; molto, secondo i più superstiziosi; probabilmente poco o nulla, considerando alcuni indizi evidenziati da chi ha analizzato i fatti.
Anzitutto, le prime fonti scritte che parlano di questa leggenda risalirebbero agli anni ’50, ovvero almeno due decenni dopo l’ultimo “incidente” della malefica automobile, risalente a prima della Seconda Guerra Mondiale.
Non tornerebbero, poi, diversi particolari: il quarto proprietario, per esempio, sarebbe stato il “Governatore” della Jugoslavia nell’immediato dopoguerra; peccato che, sottolineano gli scettici, la Jugoslavia fosse una monarchia, e che non esistesse nessuna carica di Governatore.
Altri dati facilmente verificabili sono il colore dell’auto (“rosso sangue”, secondo la leggenda, grigia nella realtà) e il suo destino finale (secondo le voci, sarebbe andata distrutta durante un bombardamento).
Nonostante questi indizi, però, la leggenda dell’auto maledetta ha continuato a diffondersi nel corso degli anni, e ancora oggi viene rilanciata da riviste e testate online; la vicenda anzi si è infittita di nuovi inquietanti indizi perché, se è vero che non vi è la prova che la sequenza di tragici incidenti sia realmente avvenuta, alcuni notano strane analogie tra la targa originale della vettura, AIII 118, e gli eventi bellici successivi: la sigla infatti ricorderebbe la frase “A[rmistizio] 11-11-18”, ovvero la data della fine della Prima Guerra Mondiale.
Coincidenze a parte, però, esiste anche qui una spiegazione in grado di rendere “un po’ meno spettrale” la questione; in tedesco la parola armistizio, come nota qualcuno, non inizia con la lettera A (Waffenstillstand) e la stessa data dell’11 novembre 1918 non è applicabile all’Austria-Ungheria, arresasi prima dell’alleato tedesco (il 4 novembre).
Una semplice diceria, dunque, che negli anni si è diffusa e ingigantita, ha proiettato sulla sfortunata vettura un’ombra sinistra probabilmente immeritata, permettendole tuttavia di entrare nella leggenda; e chissà che, nella sua lista di proprietari, non ci sia stato davvero un dottor Srkis, che però, magari, si godeva semplicemente delle piacevoli gite familiari al volante della lussuosa cabriolet di un Arciduca.

Marco Mocchetti