• 11/06/2019
  • Società Petrolifere

Era il 19 dicembre 1956 quando i servizi di sicurezza americani annunciarono l’arresto di quattro persone per un furto avvenuto ai danni della Gulf Oil, all’epoca una delle più potenti compagnie petrolifere al mondo.
La vicenda fece il giro del mondo e approdò anche sui quotidiani italiani, che diffusero la notizia.
Apparentemente semplice, la vicenda rischiava però di essere più complessa di quanto sembrasse; un dipendente della compagnia, giocatore d’azzardo e sommerso da debiti nei confronti degli ambienti malavitosi “di Nuova York”, aveva trafugato alcuni documenti, consistenti in mappe e carte topografiche derivanti da “molti anni di studio di falde petrolifere negli Stati Uniti […] e nel Medio Oriente”.
I malviventi, resisi conto dell’enorme valore di quelle carte, avevano indotto l’impiegato a proseguire nei suoi furti, venendo tuttavia scoperto dai federali.
Il valore dei documenti, che i malavitosi tentarono invano di vendere al miglior offerente, si sarebbe aggirato intorno ai 500.000 dollari secondo il “Corriere della Sera”, addirittura superiore al milione secondo “l’Unità”; in alcuni casi, il gruppo tentò di localizzare direttamente i giacimenti segnati sulle carte.
Proprio i movimenti sospetti di alcuni operatori indipendenti nelle zone mappate dalla Gulf, del resto, aveva messo in allarme la compagnia, che si era così accorta del furto; come riportato dal locale “Chester Times”, ciò aveva indotto i dirigenti ad ingaggiare dei detective privati per indagare sulla vita dei dipendenti che avevano accesso ai documenti, scoprendo così il racket in cui il loro impiegato era coinvolto.
Per facilitare lo smercio delle preziose mappe, poi, uno degli arrestati “si spacciava come presidente di una società di uranio dello Utah e diceva di avere grossi interessi petroliferi nel Texas”.
Secondo alcuni, tuttavia, la vicenda sarebbe stata più complessa; come riportato da alcuni quotidiani americani, ripresi da “L’Unità”, “alcuni credono di vedere un rapporto tra il caso attuale e quello del finanziare internazionale” Serge Rubinstein, un ricco uomo d’affari e playboy, già accusato di frode, misteriosamente assassinato nel 1955.
In effetti, uno degli arrestati per il caso Gulf (proprio il “presidente” della fantomatica società dello Utah) era stato socio in affari di Rubinstein, che lo aveva tuttavia successivamente truffato, venendo quindi accusato di estorsione; questi legami con il caso Rubinstein, che non fu mai risolto, contribuirono così a gettare un’ombra sinistra sulla vicenda, facendo pensare a possibili legami più ampi con il mondo della finanza e della malavita.
Che fosse un semplice furto per debiti o un più complesso gioco di spie e traffici illegali, in ogni caso, “la notizia ha destato un grande scalpore in tutti gli ambienti petroliferi”, anche se, alla fine, né la Gulf né le altre compagnie ne risultarono danneggiate.

Marco Mocchetti